Da quando è stato eletto sindaco di New York, Michael Bloomberg è sempre stato considerato un repubblicano che piace ai democratici. Anzi, più che altro, un repubblicano che ha molte idee da democratico. Il suo gradimento è ampio e condiviso, al punto da essere stato rieletto nel 2005 con la più ampia – e variegata – maggioranza della storia delle elezioni di New York.
[Michael Bloomberg a confronto con un'aquila impagliata. Mira alla presidenza?]

Le voci su una possibile candidatura di Bloomberg alle presidenziali USA si susseguono da tempo (nel 2009, al termine del suo secondo mandato, non potrà cercarne un terzo). Le voci non sono mai state confermate ma nemmeno smentite con forza: la dichiarazione più ricorrente è una variante del “no comment”: “non ha in programma di correre per la carica di presidente”.
Appare quindi un passo significativo la notizia che Bloomberg uscirà dal G.O.P., il Partito Repubblicano, per registrarsi come votante “non affiliato” ad alcun partito. Il sindaco ha annunciato questa decisione dopo una serie di discorsi tenuti in California dove è stato piuttosto duro contro la politica (e i politici) di Washington che “tendono a mettere il proprio interesse al di sopra del bene comune” e proponendosi di lavorare con tutti al fine di trovare un campo comune su cui collaborare, così come ha fatto fin ora.
E’ il prodromo di una discesa in campo? Michael Bloomberg è un sindaco capace di diventare un buon (candidato) presidente? Oppure semplicemente Bloomberg decide di lasciare e non raddoppiare? La domanda è in teoria valida anche per Rudolph Giuliani, predecessore di Bloomberg nella carica di sindaco di New York, in carica durante un momento drammatico quale è stato l’Undici Settembre 2001. Ma Giuliani è sulla scena politica già da anni mentre Bloomberg, a capo di un impero economico di enormi proporzioni, è (diciamo così) un nuovo arrivato.
In chiave elettorale, potrebbe essere proprio questo il motivo che ha spinto Bloomberg fuori dall’alveo del partito. La consapevolezza di non poter usufruire appieno dell’apparato di partito, di essere “fuori” da certi meccanismi già definiti. Il sindaco, del resto, ha già fatto campagna elettorale senza ricorrere a sostegni economici esterni, usando solo il suo patrimonio personale: un caso anomalo, se non unico. Nelle due campagne elettorali ha speso circa 150 milioni di dollari. Questo potrebbe essere un punto a suo favore per guadagnare consensi. Puntando proprio sulla non compromissione con logiche di partito o rapporti troppo stretti con le lobby (e, ovvio, su tv, radio proprie e risorse economiche ingenti).
Paolo Ferrandi cita il Progressive Party, un terzo partito nato in occasioni delle elezioni del 1912, da una costola del Partito Repubblicano quando Theodore Roosevelt non ottenne la nomination del partito. Ma Bloomberg, con così poca esperienza politica a livelli nazionali, può pensare ad un terzo partito? Difficile.
Se invece la fuoriscita di Bloomberg non mira a una candidatura di nessun tipo, sostiene il New York Times, questo suo annuncio sarà “un’interessante nota in uno dei più insoliti sindaci di New York, città che ne ha peraltro prodotti di memorabili”; in quel caso, sarà un significativo (e “disinteressato”) allarme per come viene fatta politica negli Stati Uniti.
Anti-politica anche lì?
Ah, come volevasi dimostrare oggi il New York Times ha almeno quattro, tra articoli ed editoriali, che parlano di Bloomberg e della sua possibile candidatura in varie salse.
Questo dopo le ulteriori affermazioni di ieri della serie “No, non mi candido, questo é il mio lavoro, il piú bello del mondo”.
Beh, poi ha pure detto “Piú candidati ci sono, meglio é”!
;-)
:)
testimonio che il pezzo era pronto da ieri mattina