La vera autocritica è una virtù rara da trovare quanto difficile da esercitare, ma trovandola ci si inchina. Il nome del progetto è ambizioso “Progetto per l’eccellenza nel giornalismo“. Vi tengono fede, creando scompiglio tra i colleghi.
Si tratta di una ricerca sui primi cinque mesi di campagne elettorali statunitensi; lunga, dettagliata, asciutta e neutrale. Quasi un saggio da rivista scientifica, tradito solo da uno stile troppo curato e volutamente piacevole, che mostra gli effetti nefasti del connubio tra politica e giornalismo. Quando insomma il giornalismo smette di fare il whachdog e diventa cane da compagnia.
THE INVISIBLE PRIMARY—INVISIBLE NO LONGER
A First Look at Coverage of the 2008 Presidential Campaign
Ecco il titolo della ricerca (qui il pdf) che si propone di svelare il fiume nascosto delle campagne presidenziali. Farne un riassunto, proprio a causa di quello stile asciutto, è veramente arduo e per approfondimenti rimandiamo all’originale. Limitiamoci ora a cogliere gli aspetti principali procedendo per punti e differenze rispetto al nostro sistema.
Qualche dato
Dichiarano subito, seccamente, quali sono i candidati principali e – con buona pace della par condicio – si occupano solo di quelli. Attenzione, non indagano i candidati ma come i media si occupano delle loro campagne. Alcuni dati interessanti: seppure Hillary Clinton sia il candidato che gode di maggior copertura globale, tale posizione è mantenuta solo grazie alla copertura negativa (37.8%). E’ invece Barack Obama, che la segue a ruota in termini assoluti, ad avere la copertura favorevole maggiore (46.7%). Quindi una copertura minore ma più favorevole per Obama, segno forse di una strategia. Seguono, a distanza, Giuliani e McCain (che peraltro guadagna la palma nera con il 47% di copertura negativa)
E’ poi la volta dei temi delle campagne ed anche qui i dati interessanti non mancano.
In tutto, il 63% delle storie delle campagne sono focalizzate su aspetti politici e tattici. In misura quasi quattro volte superiore rispetto al numero di storie relative al vissuto personale dei candidati (17%) o alle opinioni dei candidati e alle loro proposte politiche (15%). Emerge poi che solo l’1% delle storie esamina i successi dei candidati o le loro apparizioni pubbliche passate.
[Topic delle campagne americane, da journalism.org]

L’interesse della stampa – rivela poi lo studio – tutto concentrato sul fundraising, le tattiche e i sondaggi è più evidente se si fa attenzione a come le storie sono inquadrate più che se si bada al topic delle stesse. Solo nel 12% delle fonti esaminate i dati erano presentati in un modo che spiegasse ai cittadini come sarebbero stati coinvolti nelle elezioni, mentre quasi nove storie su dieci (86%) si concentravano su materie che impattavano largamente solo sul partito o i candidati. Questi numeri, notano poi i giornalisti, coincidono quasi perfettamente l’orientazione campagna-centrica della copertura dei media rilevata nel periodo immediatamente precedente alle primarie di otto anni fa.
[Topic della copertura giornalistica, da journalism.org]

Perché invisibili?
Le campagne sono definite invisibili perché il coverage giornalistico rischia di diventare un ossequio ai politici o, peggio, un discorso tra pochi interessati. Come non pensare agli avvertimenti di Enzo Forcella nel suo “1500 lettori”.
Un giornalista politico può contare su circa 1500 lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti); i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende 300 mila copie. E’ l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono dall’infanzia
Per evitare questa recita, lo studio invita a porre attenzione su tre punti in particolare:
1) Ancora una volta il gioco dei politici – più che le idee o le caratteristiche personali dei candidati – ha dominato il modo in cui la stampa ha presentato la corsa alla presidenza. Ciò che è nuovo nel 2008 è la velocità e con cui questo ha cominciato a manifestarsi, quasi un anno primo del voto. Tuttavia né l’inizio precoce della corsa né il gran numero di candidati hanno cambiato questa impostazione strategica delle stampa.
2) I news media sembrano inoltre essere preoccupati per il testa a testa del principale candidato afro-americano e la prima seria candidata donna per la più importante carica di partito entrambi dalla parte dei democratici (probabilmente per questioni di copertura, non politiche).
3) Seppure nelle prime battute la campagna presidenziale 2008 rappresenta un possibile punto di svolta rispetto al Partito Repubblicano di Ronald Reagan e George W. Bush – e un salto generazionale in entrambi i partiti. Le posizioni talvolta diverse e di certo più orientate alle issues, però, emergono poco nel primo coverage giornalistico.
La conclusione dello studio è, a dir poco, amara, e la lasciamo agli autori.
La politica americana sta cambiando: stile e approccio. La stampa americana non sembra però star cambiando con essa.
Approfondimenti:
qui un riassunto dei dati, qui la metodologia utilizzata.
[...] E lo studio in questione riguarda proprio le qualità/caratteristiche del coverage giornalistico dei primi mesi di primarie. Il titolo dice già molto: “The Invisible Primary – Invisible No Longer” (ne scrive anche Simone De Bellis sul nostro SpinDoc). [...]