Inutile lambiccarsi troppo.
Probabilmente il magnate della finanza e della comunicazione e attuale sindaco di New York, Michael Bloomberg, tirerà ancora per le lunghe la sua “campagna esplorativa” prima di sciogliere definitivamente i dubbi sulla sua candidatura alla primarie presidenziali USA 2008. D’altro canto, proprio la curiosità – scenderà in campo o no? Con chi? Con i democratici, i repubblicani o come indipendente? – può rappresentare un’arma notevole di promozione di questo outsider ricchissimo e determinato.
[Mike Bloomberg. La domanda se si candiderà o meno è quella più in voga tra gli esperti di politica Usa]

Dal canto suo, Bloomberg nicchia. Si schernisce dicendo che è “troppo basso e troppo ebreo per fare il Presidente”. Dichiara platealmente (come ha fatto a Capodanno durante la festa a Times Square) che non intende candidarsi. Ma poi, in altre occasioni, non smentisce le domande dei giornalisti e afferma a mezza bocca che forse potrebbe anche pensarci. Pochi giorni fa, ha comunicato di aver nominato un comitato di esperti per raccogliere informazioni nei 50 Stati americani: sociologi, psicologi, sondaggisti, politologi ed esperti di marketing incaricati di pianificare la possibilità di una sua vittoria. Alla fine, tutto dipenderà dalla valutazione che il 142esimo uomo più ricco del mondo farà delle opportunità e dei rischi che si presentano sullo scenario politico.
OPPORTUNITA’
- Grazie al suo immenso patrimonio, sarebbe in grado di autofinanziarsi (alcuni analisti valutano che potrebbe spendere fino ad 1 miliardo di dollari della sua fortuna elettorale). La ricchezza lo accredita come candidato libero dalle ingerenze e pressioni delle lobby di potere e come “politico onesto” (per il suo incarico di sindaco riceve solo la cifra simbolica di un dollaro l’anno).
- L’attuale campagna si è giocata molto sui nuovi media. Ma, malgrado l’importanza di Internet, i candidati sono rimasti lontano dai mass media tradizionali per il gioco dei veti incrociati e spesso per la mancanza di soldi. Bloomberg, invece, potrebbe sfruttare a fondo questo canale, grazie ai network che controlla direttamente e all’enorme budget da spendere. I bene informati, raccontano che i suoi spindoctor hanno già pianificato una faraonica campagna di spot televisivi.
- E’ considerato un repubblicano con idee da democratico. Potrebbe quindi raccogliere consensi trasversali.
- L’elettorato è stanco e spaventato dai toni di accesa polemica e contrapposizione della campagna elettorale. Potrebbe presentarsi come un candidato moderato che punta alla pacificazione dei due fronti, conciliando quanto c’è di meglio nelle issue di entrambi. Lo scorso 7 gennaio, un gruppo di saggi, preoccupati dall’eccesso di scontro politico, lo ha invitato all’università dell’Oklahoma per “lanciare un appello ai candidati per superare gli steccati di parte e lavorare insieme per il bene dell’America”.
- Il ritiro del governatore del New Mexico, Bill Richardson, toglie dal gioco il primo ispanico in corsa per la presidenza. Tutti gli altri concorrenti, sia democratici che repubblicani, sono stati a più riprese accusati di aver trascurato questa importante fetta della popolazione USA (per numeri, la seconda comunità etnico-linguistica del Paese), che ora Bloomberg potrebbe tentare di conquistare. Dal suo staff, non a caso, hanno fatto sapere che ogni mattina, mentre si reca al City Hall, Boomberg “spegne il telefonino e si mette ad ascoltare dall’autoradio il suo corso di spagnolo in cd. Ripete diligentemente ogni esercizio ad alta voce e poi prima di scendere commenta orgoglioso che il suo spagnolo sta proprio migliorando”.
RISCHI
- Per la candidatura come Indipendente occorre raccogliere milioni di voti in decine di stampi in tempi ridottissimi. Impresa ardua per un politico che, sebbene dotato di ingenti mezzi economici, è privo ancora di radicamento territoriale e marcia senza l’appoggio di comitati locali.
- Le precedenti campagne di candidati indipendenti, da Theodore Roosvelt a Ross Perot, hanno conseguito risultati deludenti.
- Democratici e Repubblicani potrebbero coalizzarsi per toglierlo dal gioco.
- Il destino di Bloomberg è strettamente legato a quello delle sue aziende, quasi tutte quotate in Borsa. Un suo flop politico potrebbe concretizzarsi in un disastro finanziario.
- Un sondaggio dell’università Quinnipiac racconta che il 52% dei newyorchesi lo considera un potenziale buon presidente, ma solo il 34% sarebbe disposto a votare per lui. Insomma, le ampie simpatie di cui gode al momento potrebbero essere annullate dalla fedeltà agli schieramenti tradizionali o da altre considerazioni (come l’attitudine di Bloomberg ad essere un buon amministratore locale, ma il suo non essere un “vero politico”).
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