// stai leggendo...

tag: Barack Obama, Elezioni Presidenziali, Featured, Hillary Clinton, John McCain, Primarie, USA, consulenza politica, coverage, demografia e statistica, negative e underdog, partecipazione, risultati, sistemi elettorali

Lo spin matematico e le due americhe democratiche

Macché decisivo. Come molti temevano, il supertuesday di ieri non ha “chiuso” le primarie democratiche. Ne le ha, in qualche modo, semplificate.

Hillary Clinton ha vinto le primarie nei due big states dell’Ohio (stato “barometro”, dicono gli hillariani) e del Texas (che la vede però in svantaggio nei caucus), così come nel Rhode Island. Obama porta a casa il Vermont. Alla fine dei conti il guadagno dell’ex-first lady sarà nei termini di una dozzina di delegati. Qui (Cnn Politics) i dati precisi.

Un’ottima sintesi dello stato delle cose è quella, goduriosamente piena di link, del sempre puntuale Paolo Ferrandi. Io, a questo punto, mi sento sdoganato dalla mera cronaca dei fatti e provo a sviluppare due concetti:
- il primo è relativo alla inedita “matematica” della prolungata sfida tra Hillary e Obama (su cui mancano serie storiche o esempi dal passato);
- l’altro, più a lunga gittata, sulla futura “vera” sfida d’autunno e sui rischi del consolidamento delle due americhe democratiche.

La matematica è democratica?

Per un insieme di fattori (la presenza di caucuses dal lungo processo formale e soprattutto l’inclusione o l’esclusione dei superdelegati, che hanno preso o non preso pubblica posizione), non c’è concordanza tra le fonti sui numeri totali e parziali delle primarie. Il fenomeno è chiaro da tempo (qui un’opinione di JD Lasica di un mese fa), e comunque basta fare un giro veloce per rendersi conti del fatto che non ci sono due conteggi con numeri uguali (qui sotto la comparazione, solo per fare alcuni esempi, tra i siti dei due candidati, quello della CNN, del Washington Post, e del New York Times).

La situazione dei delegati secondo le varie fonti. 4 marzo 2008
La situazione dei delegati secondo le varie fonti. 4 marzo 2008

E’ ovvio che in una situazione di questo tipo, la matematica, da scienza esatta, diventa (anche) arma comunicativa a disposizione di campagne e candidati. Un po’ come i sondaggi. Ma ancora di più dei sondaggi (le cui metodologie sono quantomeno comparabili) qui ognuno prova a tirare dalla sua parte la coperta dei numeri, facendosi di essi scudo o vanteria – a seconda dei casi e della bisogna.

Ovviamente non si possono negare gli “hard numbers” (Obama è avanti nei pledged delegates), ma per esempio speculare su quanto vale quell’essere avanti, o per esempio sul ruolo dei superdelegati.

Il ruolo dei notabili democratici, per esempio, dovrebbe prevedere o no la possibilità di votare secondo coscienza e contro il voto popolare? Nessuno lo sa davvero, o può dirlo una volta per tutte. Diciamo che in teoria dovrebbero votare liberamente, in pratica è difficile che vadano violentemente contro il risultato acquisito dei pledged delegates. Ma se il divario tra i due si riduce molto, fino a poche decine di delegati conquistati sul campo? Le cose diventano più complicate. Meno matematiche e più politiche.

Quella che sembra una disfida di cervelloni con il pallottoliere è in realtà una straordinaria gara di spin. Ecco il punto dove sbaglia ad insistere Jonathan Alter oggi, in un gran bel pezzo dal titolo “Hillary Math’s Problem“: perché, al di là dei numeri, se Hillary continuasse a vincere il “campo da spinning” cambierebbe a suo favore, e più o meno impercettibilmente, ad ogni vittoria. La vittoria nei delegati conquistati sul campo (Obama quasi irragiungibile) è ovviamente la miglior carta per pretendere la nomination, ma non è l’unica; e i superdelegati fanno comunque parte delle regole del gioco.

Una curiosità: è la prima volta, dice TechPrez, che i risultati delle urne si differenziano dai trend online, che erano tutti a favore di Obama.

Ed è un po’ quello che scrive Josh Marshall nella suo nota di scenario: «At the end of the day, the winner of the pledged delegate race has the strongest claim to the nomination. Everything else is spin. But it’s a strong claim, not incontestable». E ancora: «I don’t think a small margin of pledged delegates will be enough if Obama looks like a damaged candidate who seems unable to fight off a determined and ruthless opponent». Difficile che accada in realtà. Obama queste primarie può solo perderle, e se le è anche guadagnate: ma giusto per sapere che un ennesimo ribaltamento non è impossibile.

Finora queste primarie democratiche, più che le “primarie della matematica”, sono state le primarie del momentum: quel “vento d’opinione” positivo che all’inizio ha favorito Hillary, poi ha soffiato forte per Obama permettendogli il sorpasso e adesso ha un piccolo e forse estemporaneo salto di direzione – come dicono i velisti.

Le due americhe democratiche e il terzo che gode

E così via (ne sono state usate mille altre). Il rischio è arrivare stremati e con il coltello tra i denti alla convention.

Ma al di là del supporto dei superdelegati, l’interpretazione delle primarie può andare anche a prendere nuovi parametri. Se, per esempio, si considera il voto popolare il divario tra i due si fa ancora più piccolo. Oppure i risultati delle primarie possono essere letti sia sottolineando il fatto che “Obama ha vinto in 24 stati su 41” sia sottolineando invece (ed è il refrain un po’ stucchevole della campagna di Hillary) che “Clinton ha vinto in 9 dei dieci stati più popolosi“.

Ma questo gioco dello spin (sempre più aggressivo, sempre più negativo) sui numeri, sulla matematica, sulla electability dei candidati, sul prossimo passo falso o la prossima dichiarazione, cui prodest? A chi giova? Ormai l’allungamento del processo delle primarie rischia di indebolire i candidati, dividere il partito e sfiancare l’elettorato.

E’ come se la logica delle “due americhe”, che si sono scoperte divise nel 2000 e tali son più o meno rimaste durante gli otto anni di Bush (dal punto di vista politico, culturale, sociale e geografico), si stia replicando in scala all’interno del solo elettorato democratico. Che appare sempre più diviso tra obamiani e clintoniani, sventrato emotivamente dalle differenze e dalla personalità dei due formidabili contendenti.

Obama ha i giovani, Clinton gli adulti.
Obama ha gli stati più piccoli, Clinton quelli più popolosi.
Obama ha le province, Clinton le città.
Obama usa bene Internet, Clinton la tv e i “vecchi” media.
Obama ha gli afroamericani, Clinton gli ispanici.
Obama è la novità, Clinton l’establishment.
Obama è un mac, Clinton un pc (vero!).
E così via generalizzando più o meno con l’accetta.

Con il rischio insomma di favorire il terzo incomodo che tra i due litiganti (e di fatto senza grande merito) potrebbe goderne, anche solo in termini di immagine (ancora, di fatto, serena e intonsa): John McCain.

Discussion

6 comments for “Lo spin matematico e le due americhe democratiche”

  1. al solito, ottimo pezzo
    ti dovrei raccontare alcuni spin italiani (di cui mi occupo io), purtroppo un altro livello
    ciao

    Posted by ff | Marzo 6, 2008, 11:54
  2. [...] non impossibili. E alla fine, tra i due litiganti, il terzo potrebbe goderne. Senza merito. Su Spindoc. (E’ una analisi sui risultati di ieri nel secondo supertuesday delle primarie americane; [...]

    Posted by Matematica vs Momentum, chi vincerà? (magari lo chiedo a Negroponte) | Marzo 6, 2008, 12:35
  3. Con piacere! la mia mail è antonio.sofi su gmail

    Posted by Antonio Sofi | Marzo 6, 2008, 12:38
  4. impeccabile ed essenziale come sempre ;)

    Posted by L'Uomo Qualunque | Marzo 6, 2008, 17:19
  5. [...] TechPresident, che traccia la campagna online USA – e come accennavamo ieri – la tappa delle primarie di ieri è stata la prima che ha visto una divergenza/scollamento [...]

    Posted by Spindoc | Obama vince le primarie su Wikipedia | Marzo 6, 2008, 17:23
  6. [...] Antonio Sofi [...]

    Posted by Lo spin matematico e le due americhe democratiche « Open World | Giugno 6, 2008, 21:16

Post a comment

Prendi il feed Rss

Feed Rss

Iscriviti alla mailing list


Sponsor?

Sponsor su Spindoc