L’era televisiva della comunicazione politica (o della politica tout court) è alla fine? Quasi alla fine? Sulla via di cedere il passo a qualcos’altro – net-based ed emergente dalle reti sociali? La mia opinione è chiara da molti anni: siamo lì lì, nel bel mezzo di un cleavage (per dirla alla Rokkan) epocale: con la Tv che dovrà presto abdicare al suo ruolo ormai pluridecennale di “king maker” (e forse l’inizio sta tutto nella immagine qui accanto, e nel primo debate elettoral-televisivo del 1960 tra un anziano radiofonico Nixon e un giovane Kennedy televisivo).
Ne ho scritto recentemente su Vision indicando senza pudore (e con ovvia provocazione) la possibilità che Barack Obama possa ben essere il primo presidente “Internet” della storia (e ne scrivevo nel 2004 sul defunto Internet News – in occasione dei primi tentativi di Howard Dean e nelle tentazioni di web mainstream di Bush e Kerry).
«Magari non sarà quest’anno, ma la consapevolezza che quasi tutti i processi della società di massa oggi possono essere disintermediati in modo rapido ed efficace si sta diffondendo con velocità» (link)
Più o meno sull’argomento segnalo una riflessione dell’amico Sergio Maistrello su Apogeonline. Sergio come al solito gira il coltello nella piaga (con il dubbio che lo stesso autore mette continuamente tra le righe: la possibilità di una piaga ancora molto poco estesa, ferita non “grave” dell’ecosistema mediale nel suo compesso): «È sempre più difficile far politica in televisione. Telegiornali, talk show e candidati di primo piano ballano una musica tutta loro: se improvvisamente ci zittissimo tutti quanti e spegnessimo pure lo stereo, probabilmente li vedremmo dimenarsi isterici ancora per qualche manciata di secondi, prima di accorgersi che li stiamo fissando divertiti».
Sergio segnala alcuni esempi di iniziative e progetti che proprio nella direzione di una “politica altra” stanno andando. E nella direzione di quel processo “inclusivo” e in un certo senso “olistico” della politica su Internet di cui ho avuto modo di dire ad Urbino ieri, ospite di Giovanni Boccia Artieri e del corso di Sociologia dei New Media dell’Università di Urbino: che prevede un insieme apparentemente caotico e remixabile di molteplici azioni/bisogni politici (ovvero: informazione, comunicazione, partecipazione), e di ruoli intercambiabili o vissuti in compresenza (ovvero, all’interno della sfera politica: soggetti politici, media/publisher, cittadini/elettori).
Siamo o non siamo tutti “screttori” come dice Derrick De Kerchkove?
E allora, nelle campagne 2.0 che verranno, saremo – siamo già – “polielettori“, insieme politici, elettori e (mettiamoci pure: con un po’ di forzatura del termine) polimediali, grazie alla convergenza/crossmedialità della Rete.
Infine nell’articolo viene ripreso – dando a me l’opportunità di segnalarlo a mia volta ché avevo perso il primo “giro” – l’ottima proposta di Mario Tedeschini Lalli sui debate elettorali. «Facciamoceli da noi!» scrive Tedeschini Lalli, caporedattore a Kataweb, ed esperto, tra l’altro, di cose americane: «Immaginiamo ora di trovare in Italia due, tre, massimo quattro organizzazioni/associazioni o fondazioni, che non abbiano un profilo politicamente troppo schierato che si mettano d’accordo per organizzare loro i dibattiti».
C’è la possibilità di un dibattito “vero”, prodotto mediatico dell’incontro/scontro tra candidati e giornalisti?
L’idea non è peregrina, anzi! Avevo scritto qualcosa in questa direzione qualche giorno prima, riprendendo la logica – negli Stati Uniti praticata – di un debate finalmente senza i legacci della par condicio e libero dalle troppe regole; e in reazione alle articolate, arzigogolate disposizioni della commissione parlamentare in merito. Ma chi ha la forza di portarlo avanti? Mario pensa alle università.
Qualcuno vuole accogliere la sfida?
L’idea non è peregrina anche perché la tendenza alla “disintermediazione” della televisione da parte dei media sociali è sotto gli occhi di tutti nelle primarie USA: sono rare rondini che non fanno primavera in una campagna in cui la Tv ancora fa la voce grossa in termini di soldi e risorse allocate? Forse, ma sono segnali più o meno deboli da tenere da conto per il futuro.
Disintermediazione peraltro spesso “morbida” e non violenta, portata avanti in simbiosi con i “vecchi” media
Una disintermediazione “rimediata”, in collaborazione con i “vecchi” media: come per esempio il caso YouTube/CNN (ne abbiamo scritto all’epoca: qui le prime impressioni in diretta, qui altre riflessioni), o il progetto 10 Questions (qui un’analisi), ben localizzato in italiano da 10 Domande.
Insomma, di “ciccia” ce n’è (e questi sono solo appunti) :)
bello…gli articoli su spindoc stanno diventando sempre più interessanti…continua cosi che prima o poi se ne accorgeranno anche gli minuspolitici :-)
credo che in riferimento all’intera opinione pubblica, statistiche alla mano, la televisione sia ancora preponderante; e che la tv generalista, se fatta bene, possa rivelarsi essenziale nel dibattito politico. ma da noi, come hai giustamente osservato, ci sono regole assurde che producono dibattiti ingessati come quelli del ’96.
del 2006, volevo dire.
[...] Ciò che per me è evidente in quello che Antonio racconta è che i modi in cui (uso del) web e (competizione) politica si sincronizzano rappresentano un osservatorio privilegiato per capire la modalità di affermazione della Rete nella società e il suo peso relativo. Per capirci: la possibilità che Barack Obama possa ben essere il primo presidente “Internet” della storia (come spiega Antonio qui). [...]
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