Due recenti vicende illustrano come la globalizzazione mediatica stia rompendo alcuni degli schemi più collaudati del rapporto tra i media ed il potere. Alcune settimane fa, il Drudge Report, famoso per aver diffuso per primo il pettegolezzo Lewinsky, ha svelato al mondo che Prince Harry era in prima linea in Afghanistan. Poi la settimana scorsa The Scotsman, il quotidiano di Edinburgh, ha pubblicato delle dichiarazioni scottanti (”Hillary è un mostro“) di Samantha Power, la consigliori di Obama per la politica estera, costringendola a dimettersi.
Cos’hanno in comune queste due storie? La notizia su Prince Harry diffusa dal Drudge Report era nota a tutti i media britannici, che però avevano deciso, su richiesta del Ministero della Difesa del Regno, di non renderla pubblica (per ovvie ragioni di sicurezza). Un patto tra gentiluomini molto british, finché non è arrivato l’americano Drudge Report a rovinare tutto. Dall’altra parte The Scotsman pubblica un commento sgradevole di Samantha Power, che però lo aveva fatto rigorosamente off the record.
Due storie di giornalismo coraggioso che non si piega davanti alle convenzioni e agli accordi sottobanco?
Oppure due testate che fanno un gioco sporco, e che non stanno alle regole del gioco?
Ci piacerebbe pensare che tutti i media britannici abbiano rispettato il silenzio per amor patrio; ma è abbastanza chiaro che, in realtà, a nessuno conveniva indispettire il Ministero della Difesa e il governo di Gordon Brown. Perché? Ovviamente perché i media stessi dipendono in larga parte dalla collaborazione dei politici per i loro contenuti. Alzi la mano chi vuol essere il direttore di giornale o telegiornale cui Brown non rilascia più interviste, o non passa più succose anticipazioni? Ecco, appunto. Perché i giornalisti citano fonti anonime invece di svelare chi ha fatto la spia? Per rispetto nei confronti dei loro informatori, o perché altrimenti la prossima volta la soffiata l’avrà qualcun altro? Domanda retorica. Non è quindi un caso che non sia stato un grande network americano o il New York Times, a diffondere la notizia; ma un sito internet certo molto famoso, ma che non ha assolutamente niente da guadagnare dall’intrattenere buoni rapporti con il governo di sua maestà.
Lo stesso vale per The Scotsman: non si sarebbero certo permessi di pubblicare dichiarazioni off the record di un portavoce o ministro di Gordon Brown. Né un giornalista americano si sarebbe permesso di fare un dispetto del genere al candidato più in voga del momento. Ma che interesse ha The Scotsman a tenersi buono Barack Obama? Certo, magari poi Obama diventa Presidente, e durante la sua prima visita ufficiale nel Regno Unito esclude The Scotsman tra i media al seguito; improbabile, e comunque il gioco sarebbe valso la candela, vista la visibilità che The Scotsman si è guadagnato in America.
In questo schema di controllo incrociato tra media e politica, ci sono due elementi disturbatori. Non da oggi (DrudgeReport è peraltro il sito che svelò online il caso Clinton/Lewinski) ma sempre più agguerriti. La sempre maggiore centralità dell’ecosistema di Internet, e la capacità che ha questo ecosistema mediale di “planetarizzare” istantaneamente il racconto giornalistico – di concedere, indifferentemente a testate online o offline e per certe storie, una audience globale. L’interesse mediale valica i confini d’influenza territoriale della politica, e chi non si adegua rimane scottato: chiedete alla Power (o al principino).
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