(analisi a cura di Simone De Bellis e Valentina Porcu)
Tempo di bilanci dopo la chiamata alle urne dei giorni scorsi, mentre tra dati parziali e opzioni regionali si delinea il nuovo parlamento.
Le percentuali dei votanti sono state tutto sommato alte: per la Camera ha votato l’80,469%, per il Senato l’80,458%, mentre i dati delle Provinciali e delle Comunali si attestano rispettivamente sul 74,581% e 78,116% (dati del Ministero dell’Interno).
Il quadro politico risulta nettamente semplificato: i gruppi parlamentari non dovrebbero essere piu’ di 5, sia al Senato che alla Camera. La legge elettorale che ha prodotto questo risultato sarà comunque sottoposta a referendum nel prossimo anno.
Nelle circoscrizioni italiane 340 seggi della Camera vanno alla maggioranza così divisi:
All’opposizione:
A Palazzo Madama avremo invece 171 seggi alla coalizione guidata dal PdL: 144 al Pd; 14 all’Idv e 25 alla Lega Nord, che diventa quindi decisiva al Senato. I due seggi rimanenti vanno al Mpa.
Sono pervenuti da pochissimo i dati relativi alla circoscrizione estero:
Il Senato vede invece la seguente ripartizioni:
La Lega ha ottenuto oltre tre milioni di voti alla Camera e circa due milioni e seicentomila al Senato – non più tardi di due anni fa erano stati solo un milione e 700 mila i voti alla Lega raccolti in tutta Italia.
Al di la dei numeri, possiamo però rilevare alcune macro tematiche. In primo luogo la vittoria con ampio margine della PDL, a cui si accompagna un forte exploit della Lega Nord . Perfomance ancora più rilevante considerato che queste elezioni hanno fortemente penalizzato (quando non estromesso) le correnti più ideologiche ed in genere rappresentanti di una minoranza.
Il leader del PD, Walter Veltroni, relegato ad un importante ruolo di opposizione, accetta la sconfitta e chiama il neo primo ministro per congratularsi, ma rivendica la scelta di aver voluto correre da solo. L’effetto più o meno voluto è l’evaporazione totale della Sinistra e l’Arcobaleno, che non sarà presente in parlamento. Stessa cosa per la forza di destra guidata da Storace e la Santanchè. Mentre l’UDC fa la terza forza, e rimane in Parlamento per un soffio.
(con il contributo di as)
Al di là dei casi che andremo ad analizzare nei prossimi giorni, i candidati online non ci sono praticamente stati – avrebbe probabilmente cambiato poco o niente, ma è comunque un dato di fatto.
Interessante, pur nella sua acerba dipanazione, il ruolo della Rete nella due giorni elettorale. Molti esperimenti variamente legati alla rete sono fioriti in occasione di queste elezioni. Alcuni con una contropartita reale (es. i sondaggi nella forma di exit o istant poll) altri peculiarmente legati alla rete (Twitter, “editoriali”, live blogging…).
La campagna elettorale sulla Rete, invece, davvero ha lasciato poche tracce. Soprattutto dal punto di vista dei soggetti politici, che hanno usato la Rete in maniera conservativa - osando poco e raccogliendo solo una generica poco canalizzata attenzione.
Rimane al massimo un po’ di primordiale grassroots un po’ copiaticcio e qualche esperimento (come quello dei gruppi di discussione del PD) che – oggettivamente – hanno avuto poco tempo per attecchire e produrre veri risultati. La campagna lampo è stata una ulteriore disdetta per la comunicazione via Internet: apparentemente velocissima, in realtà efficace se si ha il tempo e l’agio di seguire veramente le conversazioni. Farle crescere.
Sia il governo che l’opposizione possono giovarsi di un filo rosso di comunicazione online – nel momento in cui non si interrompe con il voto e il bisogno elettorale. E arrivare con un vantaggio competitivo e molta esperienza in più di questo ecosistema “naturalmente” politico, alle prossime consultazioni.
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