La lunga (quasi infinita, ormai), campagna per la nomination democratica americana riaccende gli interessi sui risultati elettorali. Tra le gaffes e il malcelato desiderio di rivincita in Florida di Hillary Clinton, e la strategia di auto-proclamazione del grande capo Barack Obama, sono i numeri che tornano a tenere banco.
Se la Clinton si aggiudica in totale 1,779 delegati, divisi tra pledged (1,500) e superdelegates (279); Barack Obama mantiene un certo vantaggio, con 1969 delegati (1660 pledged e 309 superdelegates).
Obama pare ormai aver imboccato la via per la stanza ovale, sia nella mente di tante persone che nello spazio mediatico che ha saputo riservarsi parlando in varie occasioni da candidato unico se non addirittura da presidente.
Contro ogni forma di scaramanzia, non solo il senatore continua a agire come il prossimo candidato per il partito democratico (strategia del “looking presidential”, anzi “nominee”): «and you have put us within reach of the Democratic nomination for President of the United States».
E già si preoccupa di consolare la “sconfitta” Clinton ringraziandola per l’opportunità – che lascia intendere fallita – avuta dalle donne nella passata campagna «Senator Hillary Rodham Clinton has never given up on her fight for the American people, and tonight I congratulate her on her victory in Kentucky. We have had our disagreements during this campaign, but we all admire her courage, her commitment and her perseverance. No matter how this primary ends, Senator Clinton has shattered myths and broken barriers and changed the America in which my daughters and yours will come of age».
Ovviamente, da stratega , anche la sconfitta della scomoda senatrice deve trovare posto nella strategia obamiana, che si affretta a precisare come i milioni i voti per l’uno o per l’altra non siano la prova di un partito diviso nella idee ma di una unica grande volontà di cambiamento: «Some may see the millions upon millions of votes cast for each of us as evidence that our party is divided, but I see it as proof that we have never been more energized and united in our desire to take this country in a new direction».
In una sintassi semplice, quasi povera, il senatore dell’Illinois riesce a celare una semantica corposa e allusiva che lascia in chi ascolta il sapore del definitivo. «(…) and you stood for change. And because you did, a few more stood up. And then a few thousand stood up. And then a few million stood up. And tonight, in the fullness of spring, with the help of those who stood up from Portland to Louisville, we have returned to Iowa with a majority of delegates elected by the American people [...]»
e ancora: «The road here has been long, and that is partly because we’ve traveled it with one of the most formidable candidates to ever run for this office. In her thirty-five years of public service»
La lotta sulla carta è ancora aperta ma la strategia è quella di farla apparire come chiusa – per quanto possibile.
I risultati dell’Oregon costringono ancora Hillary Clinton (pur con un ottimo 41%) alla rincorsa di Barack Obama (che svetta ad un 59%). A quanto sembra il tanto ricercato voto delle donne – in questo caso il 55% dei votanti – non è riuscito a colmare il gap della ex first lady.
La sfida volge ormai al termine. Puerto Rico (1, Giugno) Montana e South Dakota (3 giugno) sono gli ultimi appuntamenti per definire gli sfidanti. E pensare che tutto questo è solo l’inizio…
Risorse: Discorso completo di Obama
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