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tag: Advertising e mailing, Barack Obama, Featured, Internet, USA, consulenza politica, crossmedia, grafica e manifesti

Shepard Fairey e il poster diventato santino

Ne avevo scritto qualche mese fa in un articolo intitolato: Fai attivismo creativo per lui? Il candidato ringrazia.

La storia di Shepard Fairey e del suo manifesto di Obama è una delle storie che meglio raccontano il senso (vincente, collaborativo, aperto) della campagna online del senatore di Barack Obama. Di come Obama abbia vinto online anche perché ha aperto occhi e orecchie e ha dato l’impressione di accogliere tutte le migliori energie che, per motivi vari e spesso non conciliabili tra loro, venivano dirette verso di lui.

Change, uno dei manifesti dedicati ad Obama, by Shepard Fairey
Change, by Shepard Fairey

Fairey è noto soprattutto per l’adesivo “Obey” sotto la faccia stilizzata di un campione del wrestling (il suo sito ufficiale si chiama obeygiant.com).

Uno dei casi più eclatanti è quello della serie di manifesti dedicati ad Obama di Shepard Fairey, trentottenne artista originario del South Carolina e amico di Bansky.

Fairey è riuscito a raccogliere parte del senso innovativo del messaggio di Obama in una serie di manifesti pop dai colori brillanti, con richiami agli stilemi di certa street art, e riferimenti criptomnemonici ai faccioni di propaganda vecchio stile. manifesti propagandistici che della propaganda fanno ironia: prodotti iconoclastici che, per suprema ironia, sono diventati icone a loro volta.

Ora il manifesto, come comunica lo store del sito di Barack Obama, è sold out, esaurito.

Accolte ufficialmente, come raccontavo qualche mese fa, da Obama come materiale di campagna. (

Martedì 29 luglio, il Manifesto ha pubblicato in ultima pagina una bella intervista proprio a Shepard Fairey – intervista a firma di Luca Celada. E si parla proprio del poster che ha risvegliato il sogno americano: “Oggi quel volto è un virus, dove OBama è quasi un santino”, recita il sommario. Riporto di seguito un passaggio dell’intervista, proprio sull’iconografia della comunicazione politica e su Obama:

    «Trovo l’iconografia politica ufficiale incredibilmente noiosa, incapace di esprimere lo spirito intenso della candidatura (di Obama, ndr). Non avevo alcuna esperienza in campo politico, provengo dalla grafica punk della street art, ma mi sembra che le immagini politiche ufficiali sottovalutino il proprio pubblico».

E ancora, soprattutto sul rapporto tra Obama e la creatività di artisti disparati che hanno contribuito in vario modo alla sua campagna (si pensi al rap “Yes We Can” di will.i.am)

    «Il New York Post ha scritto che la campagna di Obama aveva “assoldato gli street artist”. Nessuno è stato “assunto”, semplicemente non riescono a concepire che un candidato possa generare una spontanea passione nei supporter. Ho voluto chiedere il beneplacito della sua organizzazione e, dopo il successo del primo manifesto, me ne hanno commissionato un secondo, basato sulla stilizzazione di una foto di cui avevano i diritti. L’ho donata alla campagna e l’hanno commercializzata sul sito ufficiale per generare fondi per la campagna».

Ecco il trucco di Obama. La capacità di generare “passione spontanea” e il coraggio di cogliere i frutti di questa passione – accogliendoli dentro la propria campagna.

Discussion

One comment for “Shepard Fairey e il poster diventato santino”

  1. [...] grazie a Dario Agosta per il bellissimo “Manifesto Dajista” à là Shepard Fairey che ha creato di sua autonoma sponte e che vedete qui [...]

    Posted by Tranquillo, fino a quaranta si è giovani (anzi pure 50, vedi Cuperlo) – Fondazione Daje | Ottobre 28, 2008, 09:46

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